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21 febbraio, Giornata Nazionale Braille: una data da vivere tutti i giorniVersione stampabile


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In occasione della Giornata Nazionale Braille di oggi pubblichiamo una riflessione di Cristina Bozzetta, presidente dell'Unione Ciechi di Vercelli, ipovedente, atleta di ciclismo e sci di fondo, moglie del grande campione non vedente piemontese Claudio Costa.


Come forse sapete, qualche anno fa il Governo ha proclamato il 21 febbraio Giornata Nazionale dedicata a Louis Braille, il francese inventore della nostra letto scrittura (a Vercelli nel 2010 gli è stata dedicata una via). Nonostante siano passati i secoli, il braille rimane incontrastato dominatore della scena culturale e sociale dei ciechi e degli ipovedenti. Se ne sono accorte anche le ditte farmaceutiche, stampando in braille il nome delle medicine, ed alcune altre grandi marche commerciali, come la Pompadour, che produce tisane e tè in Europa e credo in  gran parte del globo. Ma non basta, perché il braille deve entrare innanzitutto nell’ordinario della vita di un cieco. Per i giovani, l’avvento dei computer sta surclassando la comunicazione in braille, mentre la dovrebbe semplicemente affiancare.

Da Louis Braille a oggi i ciechi hanno raggiunto livelli di autonomia e di comunicazione impensabili, ed il futuro ci parla, ad esempio, di automobili che possono spostarsi senza la guida di un vedente.
Tutto reale. Peccato che nei secoli poco sia cambiato sotto il profilo psicologico e morale, sotto il profilo dell’accettazione del proprio handicap, sotto il profilo di discriminazione, soprattutto spesso familiare.

Si è mossa la scienza ma non la coscienza. Un po’ di colpa ce l’abbiamo anche noi ciechi, troppo poco intraprendenti nella comunicazione del nostro vivere. Le mura domestiche sono una protezione troppo ghiotta per essere tentati dal valicarle da soli, e ci viene più facile accoccolarci sulla poltrona di casa, per evitare di andare a sbattere di qua e di là facendo brutta figura. Niente di più sbagliato. So quanto è comodo rifugiarsi per non incappare nelle quotidiane difficoltà, già onnipresenti in spazi familiari, ma è anche bello scoprire quanto è semplice essere aiutati dal prossimo mostrando semplicemente il nostro disagio.

Affrontiamo insieme questo tema mai risolto fra la maggior parte dei ciechi: la disperazione di non poter fare ciò che per gli altri è banale e aver sempre e comunque bisogno di qualcuno. Non essere liberi di scegliere di uscire quando si vuole, ma essere condizionati da chi, più o meno amorevolmente ci mette a disposizione il suo tempo libero. Gestire la rabbia, l’ansia, la paura. Vogliamo parlarne senza remore ogni tanto?
Tutti i giorni l’umanità intera soffre i disagi e i problemi che la vita frappone alla serenità. Ognuno li vive in misura della sua personale capacità di sdrammatizzare e ridimensionare i propri turbamenti. Siamo tutti un po’ disabili. Ma l’importante per l’umanità intera è di non essere muta, cieca e sorda di fronte ai reali bisogni di coloro ai quali la sventura non ha dato il diritto di esprimersi.
Facciamolo noi, allora, rinnovando il valore ogni giorno di ciò che siamo, orgogliosi per come viviamo... nonostante tutto.



21/02/2013


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