Cip e Sky
La presidente del CIP Piemonte Silvia Bruno ci racconta la sua esperienza a SochiVersione stampabile


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E' passata quasi una settimana dalla fine delle Paralimpiadi di Sochi 2014. Cosa resterà nei cuori e nelle menti di tutti? Quali i momenti da ricordare? Lo abbiamo chiesto alla presidente del CIP Piemonte Silvia Bruno (nella foto grande in compagnia dei vincitori della gare di snowboard), presente in prima persona per seguire da vicino l'avventura degli atleti italiani (piemontesi in particolare) nella città caucasica sulle rive del Mar Nero.

Come valutare la prestazione complessiva degli atleti piemontesi e in generale dell'Italia alle Paralimpiadi?

«Ai Giochi di Sochi gli atleti piemontesi si sono comportati nel complesso bene e forse meglio di altri. Il maggior numero era nella squadra di hockey e mi ha fatto piacere vedere che in ogni gara erano in pista sempre almeno due se non tre dei nostri. Per quanto riguarda l’Italia in generale probabilmente qualche delusione è arrivata e lo stesso Presidente del CIP Pancalli ha ammesso che ora bisogna riflettere su questi risultati per ripartire al meglio».

Gli atleti piemontesi hanno ottenuto un importante riconoscimento con la nomina a portabandiera di Chiarotti nella cerimonia di apertura e Valenti in quella di chiusura. Il Piemonte può quindi essere considerato fiore all'occhiello dello sport paralimpico in Italia?

«Sicuramente la nostra regione ha una grandissima tradizione ormai da molti anni, ancor prima delle Paralimpiadi di Torino 2006. Il fatto che a portare il tricolore in entrambe le cerimonie siano stati due piemontesi non può che riempire d’orgoglio me ma soprattutto tutti quelli che, dietro le quinte, lavorano e collaborano per la promozione dello sport disabili, a tutti i livelli».

L'Italia di ice sledge hockey ha migliorato il 7° posto di Vancouver, piazzandosi 6°: è un risultato adeguato o si poteva fare ancora meglio?

«Gli azzurri hanno pagato innanzitutto un girone di ferro, giocando le prime due partite con Usa e Russia, che poi hanno fatto la finale per l’Oro. Dopo però, soprattutto contro Corea e Svezia, si è vista la vera Italia e mi fa particolarmente piacere che l’esultanza di Gregory Leperdi dopo il pareggio con gli scandinavi, allo scadere del tempo, sia diventata una delle immagini-icona di questi Giochi. Peccato per l’ultima gara contro la Repubblica Ceca, che era assolutamente alla nostra portata, comunque aver migliorato il piazzamento di Vancouver è un risultato importante».

Per quanto riguarda le discipline dello sci, ci si aspettava in generale qualcosa di più?

«Forse sì, ma molti atleti erano esordienti e l’emozione si è fatta sentire, oltre al fatto che ci sono stati episodi sfortunati e incidenti di percorso, variabili difficili da prevedere ma sempre in agguato».

Si sono ottenute risposte importanti da atleti giovani come Valenti e Macrì, questo significa che la qualità dei nostri ragazzi si sta adeguando agli standard internazionali?

«A Sochi abbiamo visto standard altissimi e in parte inattesi, in ogni Paralimpiade ci si sorprende del valore tecnico dei paesi partecipanti. Noi ci stiamo adeguando ma resta ancora molto da fare. Per esempio il capitano della squadra di hockey Andrea Chiarotti ha auspicato di organizzare incontri anche con nazionali come Stati Uniti e Canada, con cui manca di più il confronto».

Com’era la macchina organizzativa delle Paralimpidi?

«In generale direi che tutto funzionava abbastanza bene, l’unico problema era la barriera della lingua: pochi parlavano inglese, compresi i volontari, quindi spesso capirsi era davvero difficile, ma tutto si superava a gesti e cortesia».

Alla vigilia c'erano molte preoccupazioni per la questione Ucraina e la discriminazione delle diversità, è filato tutto liscio o sono insorte problematiche?

«In realtà eravamo quasi in un limbo, sospesi dalla realtà circostante. Le misure di sicurezza erano severe e in generale discrete, solo in montagna abbiamo visto lanciamissili, radar e tende militari nei boschi, comunque era tutto tranquillo. Forse l’unico riferimento alla questione ucraina è arrivato dalle cerimonie di apertura e di chiusura, dove i portabandiera ucraini hanno sfilato rispettivamente senza la squadra e con la scritta “Mir”, pace».

Le strutture ricettive e sportive erano completamente adeguate a ospitare persone con disabilità? Se no, cosa mancava?

«Sì, all’interno dell’Olympic Park, nei siti di gara in montagna e nei centri urbani che ho visto l’accessibilità era garantita e adeguata. Ora sarei curiosa di tornare in quei luoghi fra un anno o due per vedere cosa sarà rimasto: specialmente nelle strutture dello sci abbiamo avuto l’impressione che pedane e passaggi per le carrozzine fossero assolutamente provvisori…».

Cosa si puoi dire riguardo la mentalità dei russi nei confronti della disabilità?

«Diciamo che a volte ho incontrato sguardi che in Italia, fortunatamente, non si trovano più, soprattutto nelle città e nelle persone più avanti con gli anni. I giovani che abbiamo conosciuto, volontari e non, sono più aperti anche se ammettono che c’è ancora molto da fare per l’integrazione delle persone disabili nella società russa. Una cosa buffa che mi è successa più volte è che uscendo dagli impianti, anche se avevo un accredito media, mi indirizzavano verso le uscite e i mezzi di trasporto del pubblico: non si aspettavano che una persona in carrozzina potesse essere una giornalista».



21/03/2014


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